In Memoriam

19 Maggio 1926 - 21 Aprile 2013

Swami KriyanandaEra un giovane uomo di grandi capacità intellettuali, animato da un ardente desiderio per la Verità che lo rendeva diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei. Correva l’anno 1948 e l’America del dopoguerra era alla disperata ricerca della normalità. Il sogno di milioni di giovani era “casa, famiglia e carriera”, qualunque cosa potesse alleviare gli orrori della guerra e l’insicurezza della Depressione.

James Donald Walters, però, sapeva che quel tipo di vita non gli avrebbe portato ciò che cercava: anelava a conoscere il vero senso della vita. Perché viviamo? Che cosa siamo venuti a imparare? È possibile conoscere la Verità? Lui l’aveva cercata a lungo nella filosofia, nelle Chiese, nella natura, perfino in uno stile di vita più semplice. Ma non l’aveva trovata.

A quell’epoca la spiritualità orientale aveva già cominciato a risvegliare le menti occidentali alla possibilità di un’esperienza diretta e personale delle realtà spirituali. Il primo insegnante giunto in America dall’Oriente era stato Swami Vivekananda, che aveva visitato il Paese tenendovi lezioni e conferenze nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Il testimone era poi passato a Paramhansa Yogananda (1893-1952), il primo yogi indiano a stabilirsi sul suolo americano. Yogananda aveva tenuto per anni i suoi discorsi nelle più grandi sale del Paese, gremite di migliaia di persone; si era anche conquistato la stima di molti personaggi importanti, incluso il presidente degli Stati Uniti. Era stata, tuttavia, la sua Autobiografia di uno yogi, pubblicata per la prima volta nel 1946, a renderlo universalmente conosciuto.

Quando il giovane Walters scoprì l’Autobiografia di Yogananda, la lesse tutta d’un fiato. Sentì con assoluta certezza che quello yogi indiano – finalmente! – conosceva la risposta a tutti suoi interrogativi più profondi. Da New York, dove viveva, prese il primo pullman per Los Angeles e viaggiò per tre giorni e tre notti per incontrare Yogananda. Fin da quel primo incontro, il Maestro lo accolse come discepolo: «Ho acconsentito a riceverti perché la Madre Divina mi ha detto di farlo». Nel suo libro Il nuovo Sentiero, Swami Kriyananda ha così descritto quel momento benedetto:

"Guardandomi con amore profondo, mi disse: «Ti do il mio amore incondizionato».

Promessa immortale! Non ero lontanamente in grado di comprendere il profondo significato di quelle parole.

«Mi darai il tuo amore incondizionato?».

«Sì!».

«E mi darai anche la tua obbedienza incondizionata?».

Pur desiderando disperatamente essere accettato, dovetti essere onesto fino in fondo: «Supponiamo» chiesi «che io debba pensare che sbagliate?».

«Non ti chiederò mai nulla» rispose solennemente «che Dio stesso non mi dica di chiederti».

Poi continuò: «Quando incontrai il mio maestro, Sri Yukteswar, egli mi disse: “Permettimi di disciplinarti”. “Perché, signore?” gli chiesi. “Perché” rispose “all’inizio del sentiero spirituale la volontà è guidata da capricci e fantasie. Anche la mia lo era” continuò Sri Yukteswar “finché non incontrai il mio guru, Lahiri Mahasaya. Solo sintonizzando la mia volontà indisciplinata con la sua volontà guidata dalla saggezza ho potuto trovare la vera libertà”. Allo stesso modo, se sintonizzerai la tua volontà con la mia, anche tu troverai la libertà. Agire unicamente sotto l’ispirazione di capricci e fantasie non è libertà, ma schiavitù. Solo compiendo la volontà di Dio potrai trovare quello che cerchi».

«Capisco» risposi pensieroso. Poi, dal profondo del cuore, gli dissi: «Vi do la mia obbedienza incondizionata!».

Il mio Guru continuò: «Quando incontrai il mio maestro, egli mi diede il suo amore incondizionato, proprio come io ti ho dato il mio. Poi mi chiese di amarlo nello stesso modo, incondizionatamente. Ma io gli risposi: “Signore, se un giorno dovessi scoprire che siete qualcosa di meno di un maestro simile al Cristo, potrei comunque amarvi nello stesso modo?”. Il mio maestro mi rivolse uno sguardo severo. “Non voglio il tuo amore” mi disse. “Puzza!”». [...]

Poi mi posò l’indice della mano destra sul petto, in corrispondenza del cuore. Per almeno due minuti il suo braccio vibrò quasi con violenza. Incredibilmente, da quel momento in poi la mia coscienza fu interamente pervasa da una completa trasformazione.

Uscii dalla stanza frastornato. Norman, nell’udire che ero stato accettato, mi abbracciò amorevolmente. Era a dir poco insolito che un discepolo venisse accolto così rapidamente. Pochi attimi dopo, il Maestro uscì sul podio da dietro la tenda aperta. Con un placido sorriso, disse:

«Abbiamo un nuovo fratello»."


A differenza degli anni Sessanta, quando molti giovani si sentivano attratti dagli insegnamenti orientali, a quell’epoca erano in pochi a recarsi a vivere nel monastero di Yogananda; ancora meno erano coloro che vi rimanevano. Era una vita fatta di lunghe meditazioni quotidiane e di servizio altruistico. Walters, però, rimase... e fiorì. Era naturalmente portato per le lunghe meditazioni e aveva una mente profonda e aperta alla conoscenza. Yogananda sapeva che il nuovo arrivato sarebbe diventato uno dei suoi discepoli più intimi: già pochi mesi dopo mise l’allora ventiduenne a capo dei monaci; lo portò con sé nel suo ritiro nel deserto perché lo aiutasse nella revisione editoriale delle sue opere più importanti; e gli ripeté in numerose occasioni: «Hai una grande opera da compiere». Il Maestro trascorse molte ore parlando con il giovane discepolo degli insegnamenti dello yoga; gli disse anche che sarebbe diventato un insegnante e uno scrittore. Quando Walters protestò, affermando di non sentirsi all’altezza di quel compito, il Maestro gli rispose con severità: «Vivere per Dio è martirio!». Poi, con maggiore dolcezza, aggiunse: «Sarà bene che impari a fartelo piacere, perché è quello che dovrai fare».

Ebbe così inizio una vita di servizio al suo guru; una vita quasi inimmaginabile, se centinaia di persone non l’avessero vista con i propri occhi, alcune in oltre quarant’anni di vita e di servizio al suo fianco. Nell’arco di quasi 65 anni di intensa attività, Walters (Swami Kriyananda) si è dedicato con tutta la sua energia all’opera del suo guru. Ha scritto 150 libri e composto centinaia di brani di musica d’ispirazione; ha tenuto incessantemente conferenze e lezioni in America, in Europa e di recente anche in India, di fronte a migliaia di persone; ha fondato nove comunità spirituali in tutto il mondo (un sogno a lungo accarezzato da Yogananda); ha creato un nuovo sistema educativo per i bambini (“Educare alla Vita”, con le “Scuole della saggezza vivente”); ha risposto incessantemente alle lettere di coloro che avevano bisogno di consiglio e conforto, e ha offerto preghiere, guida e insegnamenti a un infinito numero di ricercatori spirituali. Nonostante la salute sempre più cagionevole, anche dopo aver compiuto gli 80 anni Swami Kriyananda ha continuato a scrivere e a tenere conferenze con ritmi che perfino i suoi amici ventenni faticavano a mantenere per stargli al passo.

La vita di Swami Kriyananda è stata animata da due principi fondamentali: «Le persone sono più importanti delle cose» e «Dove c’è la giusta azione, là c’è la vittoria». Questi ideali hanno guidato anche lo sviluppo delle comunità Ananda, da lui avviate negli anni Sessanta. Kriyananda è rimasto fedele a questi principi anche contro il buonsenso: ad esempio, quando un incendio distrusse la prima comunità risparmiando un solo edificio e si scoprì che a causare l’incendio era stato un veicolo della contea, i vicini fecero causa ottenendo un lauto risarcimento; Kriyananda, invece, rassicurò le autorità che non avrebbe fatto altrettanto: «Non siamo venuti qui per prendere» scrisse «ma per dare». I pochi fondi che la comunità riuscì a raccogliere furono elargiti in primo luogo a quei membri che desideravano trasferirsi altrove. Coloro che rimasero, con il tempo ricostruirono la comunità, che divenne più fiorente che mai.

«L’unico modo in cui desidero essere ricordato» ha detto Swami Kriyananda «è come un buon discepolo». Negli ultimi anni della sua vita, Kriyananda faticava spesso a trattenere le lacrime durante i suoi discorsi. Diceva di provare un’indescrivibile beatitudine: una sensazione realmente percepibile, quando lo si guardava negli occhi. Aveva trovato la Verità a lungo cercata: quella Verità che è stata da sempre la promessa delle Scritture di Oriente e Occidente, ma che pochi si impegnano a trovare: «La messe è molta» disse Gesù «ma gli operai sono pochi». Un ultimo saluto e omaggio, quindi, a un uomo che è stato un bravo “operaio” e che ha mostrato agli altri la via per fare altrettanto.




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